
Il fallimento dei colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad riaccende la tensione in Medio Oriente e rimette al centro lo Stretto di Hormuz. Tra energia, trasporti e sicurezza, le conseguenze possono estendersi all’Europa e incidere anche sull’Italia.
Pubblicato su Agenda Digitale
Le trattative tra USA e Iran che sono state intavolate e discusse a Islamabad si sono concluse senza un accordo e il rischio di una crisi mondiale, che può interessare anche il nostro Paese, è dietro l’angolo. Cerchiamo di capire lo scenario delle possibili implicazioni, in termini di sicurezza e impatti economici, per l’Italia.
Islamabad, cos’è successo e cosa ci aspetta
Non hanno portato ad un accordo le trattative diplomatiche che si sono svolte tra Stati Uniti e Iran ad Islamabad, in Pakistan, dove si sono incontrate delegazioni di entrambi i paesi, mediate dal paese ospitante. Dopo ventuno ore consecutive a porte chiuse, infatti, davanti all’irrinunciabile condizione dettata dagli USA all’Iran di non perseguire armi nucleari, c’è stata la rottura che ha riportato tutti a casa.
I punti principali discussi sono stati quattro: il programma nucleare, il regime di transito nello Stretto di Hormuz, le richieste di risarcimento e sblocco di asset congelati e la questione del cessate il fuoco regionale. Tra le quattro “condizioni non negoziabili” dell’Iran per un qualsiasi accordo permanente la cessazione degli attacchi israeliani in Libano.
Il nodo dello Stretto di Hormuz nei colloqui di Islamabad
Secondo il vicepresidente JD Vance, presente, al posto del segretario di Stato Marco Rubio, con la delegazione americana insieme a Steve Witkoff, Jared Kushner e Andrew Baker, viceconsigliere per la sicurezza nazionale, l’offerta che è stata presentata all’Iran è stata la migliore che potesse essere fatta. Alla guida della delegazione iraniana c’erano il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Quest’ultimo, in risposta alle dichiarazioni di Vance sull’offerta, ha dichiarato che su una serie di punti si sono accordati, ma ci vorrà più tempo per addivenire ad un accordo.
Se inizialmente erano previsti dei “proximate talks”, colloqui da svolgere in ambienti separati tramite mediatori pakistani, secondo quanto riportato da Stefano Orsi in Aree di crisi nel mondo n. 283 del 12-4-2026, fonti vicine alla mediazione hanno riferito che in realtà si sono svolti fisicamente nello stesso spazio del Serena Hotel di Islamabad, sempre mediati dai pakistani.
La posizione dell’Europa
Durante i colloqui, sullo Stretto di Hormuz è stata portata a termine un’operazione, a quanto detto dal Pentagono già pianificata, per la bonifica delle mine antisommergibile piazzate dall’Iran dall’inizio del conflitto mediorientale.
La crisi mediorientale e, adesso, la chiusura dello Stretto di Hormu, hanno messo in risalto la dipendenza europea dalle rotte del Golfo Persico a seguito della transizione verso GNL, gas naturale liquefatto, importato. Il Commissario UE all’Energia Dan Jorgensen ha affermato che le importazioni europee del proprio carburante per l’aviazione attraverso rotte che transitano nel Golfo superano il 40% e l’ultimo cargo di kerosene dal Golfo Persico era previsto da Rotterdam per il 9 aprile, con rischi di carenza di rifornimento per la stagione estiva dei trasporti aerei.
Secondo Jorgensen, le conseguenze della crisi potrebbero superare la durata del conflitto stesso a causa della distruzione che ha portato il conflitto delle infrastrutture energetiche nella regione. Come riportato dall’Energy Information Administration statunitense (EIA), lo Stretto di Hormuz ha trasportato nella prima metà dell’anno scorso circa 23,2 milioni di barili al giorno, ossia quasi il 29% del commercio globale di petrolio via mare. Dalle stime EIA è emerso che nel 2024 circa l’84% del greggio e della condensa e l’83% del GNL transitati nello Stretto erano destinato ai mercati asiatici. La rilevanza strategica di Hormuz a livello globale è sempre più chiara e definita.
Le ripercussioni del conflitto ucraino
Anche la guerra in Ucraina ha fatto la sua parte. I danni alle infrastrutture energetiche ucraine dovuti agli attacchi russi hanno portato gli analisti di Military Summary ad ipotizzare che Mosca voglia annientare le riserve di carburante ucraine per prevenire un’offensiva nei prossimi mesi e limitare la mobilità dei droni di Kiev, che, come sappiamo, sono tra i più efficaci e stanno rivoluzionando l’approccio al modo di combattere una guerra.
Il ministro degli Esteri polacco Sikorski ritiene che ci sia un rischio effettivo che l’Ucraina rimanga senza forniture di missili americani, in quanto questi ultimi sono impiegati in questo momento anche in Medio Oriente e il budget di difesa per il 2027 che l’amministrazione Trump ha proposto, di 1,5 trilioni di dollari, non contempla l’Ucraina.
Cosa rischia l’Italia in termini di sicurezza
Il Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni ha compiuto una missione nel Golfo i primi di aprile, facendo tappa in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi. A Doha ha proposto il sistema produttivo italiano per riabilitare le infrastrutture energetiche del Qatar e sostenuto quanto sia necessaria una libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Il blocco dello Stretto, infatti, per il nostro Paese potrebbe rappresentare un grave razionamento energetico, proprio a causa dell’interruzione dei flussi di petrolio e GNL che passano da lì.
Da qui, il conseguente aumento dei prezzi dell’energia potrebbe portare il Paese a una perdita significativa di PIL e, quindi, anche a recessione economica. Non solo, gli equilibri geopolitici ancora in bilico e il rischio di un’escalation militare nell’area del Golfo, visti i mancati accordi tra USA e Iran, potrebbero ripercuotersi sulla sicurezza internazionale e, pertanto, anche su quella italiana.
La minaccia del terrorismo in Italia
Se parliamo di terrorismo, questo sicuramente rientra tra le le minacce da monitorare. Questo è dato, come ci segnalano i servizi segreti e il Copasir, dall’aumento delle richieste di armi a vario titolo e nella circolazione di armi più agevole nelle frontiere mediorientali. A questo si aggiunge che negli ultimi tempi, da parte di quelli che sono i lone actors o soggetti sottoposti a radicalizzazione giovanile, c’è una richiesta sempre più forte ai tool di AI su come preparare un attentato o addirittura su come muoversi in territori di crisi e quale città sia la “migliore” da attaccare.
Ovviamente in questione crescente vi sono sia gli attacchi cyber per la propaganda radicale sia attacchi su sul web per generare fake e disinformazione, vedi la notizia che l’Iran non sa nemmeno dove ha posizionato le mine su sullo stretto DRM e l’uso di criptovalute sia per reclutare che per non farsi tracciare.
Le previsioni del Fondo monetario internazionale
Secondo il Fondo monetario internazionale nel World economic outlook (Weo), il rischio reale è di “sfiorare una recessione globale (tasso di crescita inferiore al 2%), cosa che si è verificata solo quattro volte dal 1980, con le ultime due occasioni che corrispondono alla crisi finanziaria globale e alla pandemia di Covid-19 […] I venti contrari derivanti dall’innalzamento delle barriere commerciali e dall’elevata incertezza sono stati compensati dai venti favorevoli provenienti dagli investimenti nel settore tecnologico, dalle condizioni finanziarie accomodanti, compreso un dollaro statunitense più debole, e dal sostegno delle politiche fiscali e monetarie.
Il conflitto in Medio Oriente rappresenta una significativa forza contraria a questi fattori favorevoli attraverso il suo impatto sui mercati delle materie prime, sulle aspettative di inflazione e sulle condizioni finanziarie”. In merito alla situazione italiana, il FMI prevede che il pil italiano rallenterà a +0,5 nel 2026 e nel 2027, tagliando di 0,2 punti percentuali per entrambi gli anni la stima di gennaio, se la guerra avrà una durata limitata ed entro giugno si attenuino le tensioni.
Nel World economic outlook si consiglia, inoltre, ai governi di “mobilitare le entrate, ridefinire le priorità di spesa, rendere la spesa più efficiente e gestire con prudenza le entrate straordinarie” per ricostituire le riserve in vista di crisi future. “Una seconda priorità è affrontare gli squilibri interni, soprattutto quando ciò contribuisce anche a ridurre gli squilibri esterni eccessivi. Le azioni volte a rimuovere le distorsioni interne — attraverso politiche fiscali, strutturali e industriali — possono contemporaneamente ridurre gli squilibri esterni e aumentare la produzione globale. Le restrizioni commerciali svolgono un ruolo limitato nel correggere gli squilibri, ma possono incidere negativamente sulla produzione. I paesi dovrebbero invece cooperare e adottare misure coordinate per ripristinare la stabilità nelle relazioni economiche internazionali. Dovrebbero cercare opportunità per rafforzare l’integrazione commerciale, avvalendosi di quadri normativi in materia di commercio prevedibili, trasparenti e ben comunicati”.
Fonte: Agenda Digitale

