Gres Art 671, spazio ex industriale di Bergamo, lo scorso 14 settembre ha inaugurato “Between Breath and Fire”, mostra da non perdere dell’artista contemporanea Marina Abramović, accessibile fino al 16 febbraio 2025, che espone una miscellanea di opere passate e più recenti dell’artista serba, a cura di Karol Winiarczyk.

La collezione si snoda nell’ampio spazio aperto in quattro sezioni legate tra loro, ma anche indipendenti, in un percorso che dal respiro, “The Breath”, passa attraverso The Body – Il corpo e The Other – L’Altro, fino a culminare nella morte, The Death.
In mostra, quindi, attraverso questi quattro interstizi, la verità. Esprimendomi così sembra che io già abbia assunto la parte di chi sostiene che nel mondo esiste, o quantomeno continua ad esistere, una verità assoluta che possa raccogliere o descrivere tutto, comprese le quattro sezioni di cui ci parla l’artista. In realtà è proprio il contrario. La verità che emerge dall’esposizione della Abramović è quella che potremmo definire l’indizio di una realtà più complessa. Come per un investigatore, l’indizio è ciò che ci deve portare a scoprire cosa vogliono dire le tracce, in questo caso le opere, ma nello stesso tempo gli indizi sgretolano, molte volte ce ne sono troppi, il concetto stesso di verità. Verità, soprattutto nell’arte, non è più corrispondenza tra linguaggio e cosa, ma qualcosa che connette e rilascia liquidi che bruciano le ferite della contemporaneità (con i suoi problemi sociali e di ogni genere), aprendo aspetti più crudi e veritieri, e, allo stesso tempo, leniscono la stessa ferita dando quella patina, o versione, che fa più comodo e che, invece di illuminare, nasconde.
Nella mostra al Gres Art 671 è il concetto stesso di verità che si mostra e si mette in gioco. Non c’è artista migliore per narrare la contemporaneità con l’autentico concetto di verità che l’Abramović. La verità qui come concetto greco Alétheia, la cui radice lath, preceduta dal prefisso alfa, con funzione privativa, deriva dal fiume Lete, fiume dell’oblio, dimenticare. Alètheia, quindi, come qualcosa che non è più nascosto, che non è stato dimenticato. Verità intesa come oblio, dimenticanza e nascondimento, ma anche rivelazione e svelamento.
Siamo lontani dai tempi di Platone in cui, nella Repubblica, l’arte veniva definita come imitazione, Mìmesis. Con l’arte della Abramović, ci avviciniamo al concetto di Nietzsche, secondo cui nel mondo non esistono fatti, ma interpretazioni e non c’è un riscontro oggettivo se non quello delle immagini e del plurale sintetico del corpo, dell’indizio del proprio viso e del duro narrare di un cortometraggio, aspetto che emerge brillantemente nelle quattro sezioni dell’esposizione. Così come la stessa artista ci esprime nel dialogo serrato che lei stessa fa di fronte ad una macchina da presa nell’introduzione alla mostra: “C'è un film di Kurosawa (Rashömon) in cui ci sono sette persone in diversi punti della foresta, e ognuno sente qualcosa, in questa foresta c'è un omicidio. Ognuna è testimone solo di una parte di questo omicidio, nessuno lo vede per intero. Sono sedute intorno al fuoco nel mezzo della foresta e raccontano quello che hanno visto. È qualcosa di simile a quanto accade in questa mostra: ognuno ci vede qualcosa di diverso, ogni storia è differente. Se per esempio 100 persone vedono la mostra e chiedi a ognuna di loro cosa hanno visto, avrai 100 storie diverse. È qualcosa che non posso controllare. Posso solo fare del mio meglio, mostrare il meglio del mio lavoro, nelle migliori circostanze possibili, con le luci migliori, i migliori proiettori e poi, semplicemente, aspettare di vedere cosa ogni singola persona dirà”.
Le parole della Abramović evidenziano le immagini, la visione senza precedenti, il corpo che diventa carne, che si muove come non mai, che, però, a sua volta, nasconde, brucia il contenuto a favore delle interpretazioni. Contenuti bruciati e nascosti nel loro odore marcio del bruciato. Questo marciume si espone alle 1000 interpretazioni ed è più utile, come dice Heidegger nel suo Schelling (Guida, Napoli 1994, P. 4), a conti fatti, salvare ciò che nella storia resta inspiegabile, poiché nel renderlo spiegabile sembrerebbe quasi risolvere le condizioni del sapere in maniera tonda, perfetta e ciclica.
L’essenza dell’arte della Abramović, così, come nella sua opera “Dozing Consciousness” o in “Artist Portrait with a Candle”, è nota a lei stessa e, mettendola a disposizione delle interpretazioni degli altri, ne perde i contorni e li consegna alla comunicazione plurale degli stessi partecipanti. Ognuno ci vede una propria sofferenza, sembra dirci l’artista: gioia, vendetta, dolore, silenzio, parole e così via. In tal senso, le sue opere esposte sembrano richiamare il concetto di Erlebnis, tema caro a Wilhelm Dilthey, filosofo e psicologo tedesco, che descrive la verità assoluta come percezione, apprendimento sensibile. È un gioco. Lo stesso concetto di arte che se da una parte è l’esperienza più alta e autentica, per via della sua manifestazione diretta e senza scorciatoie, dall’altra si nutre di esperienza vissuta, perde significato assoluto e si apre all’esperienza di ognuno di noi diventando romantica, priva di regole ed esiste in maniera attuale sulla nostra singola interpretazione.
Con questo mostrarsi, Marina Abramović si apre anche alla tecnologia. All’apparire, cosa molto anacronistica per lei, senza essere presente. Con il ricorso alla tecnologia, al racconto delle sue opere attraverso un video o un ologramma, l’artista stessa rinuncia quindi alla presenza, all’essere presente a favore dell’interpretazione. Un concetto molto chiaro, vivido e spinto da quello che in Italia tempo fa chiamavamo pensiero debole. Ovvero sostituire la presenza, rinunciare ad un quid assoluto su cui si poggiavano parecchie convinzioni del futuro. In tale direzione ad una “metafisica che risolve” si sostituisce una “metafisica della visione”, che scompare a favore della capacità di esprimere qualcosa attraverso un passaggio dall’informazione che vuole ingabbiare la parola (il linguaggio che si pone in assoluto), appunto, ad un linguaggio che ha senso solo attraverso l’interpretazione.
Di Marco Santarelli
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