Intelligence delle cose, le relazioni pericolose tra noi e gli oggetti: le sfide per la sicurezza - Agenda Digitale

Smartphone, smart watch, assistenti vocali, interagiscono con noi e con la realtà che ci circonda. In questa rete di essere umani e dispositivi, si innesta necessariamente una nuova Intelligence, che deve fare i conti con le relazioni che si generano continuamente tra uomo e dispositivo.

Leggiamo di più nel mio articolo per Agenda Digitale

intelligence delle cose

Il concetto di sicurezza e il suo campo d’azione si sono evoluti nel tempo. Infatti, non si parla più solo di protezione fisica. La società e l’intelligence internazionale giocano una nuova partita intersecando e studiando sempre più il rapporto tra le persone e le cose.

Quindi, il problema si sposta: il termine “oggetto” fino a poco fa indicava ciò che avevamo di fronte come arredo, simulacro. Oggi l’oggetto è diventato la cosa.

Sarebbe un errore imperdonabile credere che i fenomeni di terrorismo o di criminalità si possano riprodurre con i parametri passati. Oggi lo scenario è molto più multiforme. Non riguarda più solo l’uomo inteso come motore delle attività criminali, ma è la relazione tra gli uomini e gli oggetti, definiti, come detto sopra, cose, che può far scaturire, ad esempio, un atto terroristico. Pensiamo alla capacità di un attacco hacker – vedi il caso di Solar Wind  o dell’oleodotto della Colonial Pipeline – di mettere in ginocchio un intero paese.

 

Intelligence delle cose: dall’oggetto alla cosa

Il controllo non avviene nell’oggetto in sé e per sé, tutta la tematica di Internet delle cose non ricade nelle cose o oggetti così come le vediamo noi, avviene tramite un collegamento, avviene prettamente nella comunicazione. Nel protocollo. Nell’informazione che si instaura tra gli attori e i giocatori in gioco. Noi studiamo la maggior parte dei casi quando le cose sono già accadute. Non ci preoccupiamo di come le cose accadono e del perché.

L’Internet delle cose va in qualche modo evoluto con quello che possiamo chiamare Intelligence delle Cose perché non sono più i dialoghi tra oggetti statici che determinano la nostra realtà quotidiana, ma la capacità attraverso la quale tali oggetti riescono a cambiarci automaticamente la vita e che sono in connessione automaticamente con noi, creando dei sistemi sociali. In questi sistemi sociali si evolvono anche i pericoli e le insicurezze.

Non bisogna focalizzare l’attenzione sull’importanza primaria dell’uomo o della macchina, ma sulla possibilità che tale rapporto possa avere un senso solo se e come comunicazione, ovvero informazioni. Queste cose sono reperibili anche nel terrorismo o nella cybersecurity o nella vita di tutti giorni. Ovvero la capacità di individuare ciò che mette in pericolo la nostra esistenza non più da canali tradizionali, ma da interfaccia totalmente insospettabili. Lì ricade lo studio di Intelligence delle Cose.

 

Dispositivi e relazioni

Che cos’è un dispositivo? Partendo da una più recente definizione da parte del filosofo Giorgio Agamben, dopo quelle di Foucalt e Deleuze, il dispositivo è “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi. Non soltanto, quindi, le prigioni, i manicomi, il Panopticon, le scuole, la confessione, le fabbriche, le discipline, le misure giuridiche eccetera la cui connessione con il potere è in un certo senso evidente, ma anche la penna, la scrittura, la letteratura, la filosofia, l’agricoltura, la sigaretta, la navigazione, i computer, i telefoni cellulari e —perché no— il linguaggio stesso, che è forse il più antico dei dispositivi, in cui migliaia e migliaia di anni fa un primate —probabilmente senza rendersi conto delle conseguenze cui andava incontro— ebbe l’incoscienza di farsi catturare” e aggiunge di definire “soggetto ciò che risulta dalla relazione e, per così dire, dal corpo a corpo fra i viventi e i dispositivi”. Quindi avviene una vera e propria simbiosi dell’essere umano con il dispositivo, secondo cui il soggetto viene inglobato dal dispositivo fino alla sua evanescenza.

La considerazione di Agamben riflette proprio la realtà attuale. Pensiamo a tutti i dispositivi che oramai fanno parte di noi stessi e di cui non possiamo più fare a meno nella nostra vita quotidiana: dal semplice smartphone, che non ha più solo la funzione di telefono cellulare, ma funge anche da navigatore satellitare, fotocamere e videocamera, router wi-fi e tutte le altre funzioni possibili e immaginabili, come la misurazione della temperatura corporea o del battito cardiaco.

Lo stesso smartwatch, che chiede un collegamento Bluetooth con il proprio cellulare per sincronizzare i dati e che addirittura rileva se durante la giornata siamo stati poco dinamici e ci suggerisce di alzarci e fare un giro per fare del movimento, ci dà l’idea di come questa simbiosi tra noi e i dispositivi sia più che mai attuale e sempre più profonda.

Per non parlare poi di dispositivi come Alexa o Google Home, che sono entrati nelle nostre case da qualche tempo e che con semplici comandi vocali avviano determinate attività, come mettere la nostra playlist musicale preferita o addirittura accendere il riscaldamento domestico. Tutte queste funzioni hanno reso dei semplici strumenti, telefoni o orologi, nel caso degli smartwatch, dei dispositivi che interagiscono con noi e con la realtà che ci circonda, creando delle relazioni, appunto tra noi e gli oggetti stessi, che diventano a loro volta cose.

 

Sicurezza e sorveglianza

Gli strumenti di intelligenza artificiale, oltre a rendere possibili queste interazioni con l’uomo, rappresentano ancora un’incognita in materia di protezione e tutela dei dati sensibili.

Basti pensare ad Alexa Echo, il dispositivo di Amazon che registra tutte le conversazioni in casa o in ufficio per poi essere trascritte dalla stessa Amazon e reinserirle nel software per migliorarne le prestazioni. È pertanto difficile stabilire quanto, in un processo del genere, ci sia tutela dei dati sensibili degli utenti.

Sicurezza e sorveglianza finiscono per intrecciarsi.

In questa rete di essere umani e dispositivi, si innesta necessariamente una nuova Intelligence, che, appunto, deve fare i conti con le relazioni e le interazioni che si generano continuamente tra uomo e dispositivo.

Una sorta di Design Intelligence, che potremmo chiamare Desint, che andrebbe ad integrare le sue tecniche a quelle già proprie dalla Osint, Open Source Intelligence, e della Humint, Human Intelligence, e un nuovo compito per i Servizi segreti internazionali, ossia sposare e vigilare sul concetto di Intelligence delle Cose.

Fonte: Agenda Digitale 

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.